Quando si parla di crisi climatica, l’immaginario corre verso eventi estremi. Eppure uno dei processi più rilevanti avanza lentamente: la desertificazione. Non è soltanto sabbia che avanza, ma suoli che perdono fertilità, acqua e biodiversità.
A livello globale, una quota significativa delle terre emerse è soggetta a degradazione. Le conseguenze toccano sicurezza alimentare, stabilità economica e migrazioni. Nelle aree subtropicali il problema è particolarmente delicato: precipitazioni irregolari e forte irraggiamento solare rendono il suolo vulnerabile.
Le Isole Canarie rappresentano un caso emblematico. Clima secco, suoli vulcanici e pressione antropica creano un equilibrio fragile. Negli ultimi anni la variabilità climatica ha accentuato la tendenza a periodi di siccità più lunghi alternati a piogge brevi e intense che aumentano il ruscellamento e l’erosione.
Il nodo centrale è l’acqua. Le Canarie utilizzano sia falde sotterranee sia impianti di desalinizzazione dell’acqua marina, che in alcune isole coprono una quota molto rilevante del fabbisogno. La desalinizzazione garantisce approvvigionamento ma comporta costi energetici elevati e non risolve la perdita di fertilità del suolo.
Le risposte più efficaci combinano innovazione e tradizione: miglioramento dell’efficienza idrica, recupero dei terrazzamenti agricoli, sistemi di raccolta dell’acqua piovana, riforestazione con specie autoctone.
La desertificazione subtropicale non fa notizia perché non esplode. Eppure modifica lentamente il paesaggio e le possibilità di futuro. È una questione di tempo — e di scelte politiche.

