C'è un indicatore finanziario che pochi residenti delle Canarie conoscono per nome, ma che molti conoscono per effetto: il rendimento del gilt britannico a dieci anni. Non è una metafora. È il tasso a cui il governo del Regno Unito si indebita sul mercato, e la sua oscillazione racconta molto su quanto denaro i turisti inglesi avranno in tasca la prossima estate, su quanto costerà il mutuo di chi ha acquistato casa a Tenerife o Gran Canaria, e su quanto sia solida la domanda che tiene in piedi una parte consistente dell'economia dell'arcipelago.
Quello che è successo tra la fine di febbraio e la metà di marzo di quest'anno merita attenzione. Il 27 febbraio il gilt decennale toccava il minimo dell'anno al 4,23%. Pochi giorni dopo, a mercati riaperti, era già salito di 14 punti base in una sola seduta. E non si è fermato lì: nel giro di appena due settimane ha raggiunto il 4,99%, un movimento di oltre 75 punti base — quasi il 18% in termini relativi — che raramente si vede su titoli di Stato di una grande economia in tempi di pace.
A scatenare il rimescolamento è stato il conflitto in Medio Oriente, che ha fatto balzare i prezzi dei combustibili fossili e ribaltato di colpo le aspettative di inflazione nel Regno Unito. In poche settimane il mercato ha smesso di scommettere sulla disinflazione — il lento rientro dei prezzi verso la normalità che durava dall'estate scorsa — e ha iniziato a fare i conti con uno scenario opposto: la reflazione, ovvero una ripresa dell'inflazione spinta dall'energia. Una prospettiva che costringe la Banca d'Inghilterra a muoversi con più cautela sui tagli ai tassi, e che tiene alta la pressione sui redditi reali delle famiglie britanniche.
In questo contesto è arrivata la pubblicazione del dato sull'inflazione di marzo: l'indice dei prezzi al consumo si è attestato al 3,3%, esattamente in linea con le previsioni. Dopo settimane di nervi tesi e schermi dei trading desk tappezzati di titoli sul Medio Oriente, un dato che non sorprende è quasi una notizia positiva. La tregua regge, per ora, anche se rimane fragile. E i mercati, almeno per il momento, hanno smesso di rincorrere lo scenario peggiore.
Per le Canarie, il punto non è seguire l'andamento dei titoli di Stato britannici come se fossero una questione accademica. Il punto è capire cosa significano concretamente. Il mercato del turismo dall'UK verso l'arcipelago vale miliardi di euro l'anno: i britannici sono storicamente il primo bacino di visitatori, con una presenza che si distribuisce su tutto il calendario e che non si limita alle settimane di picco estivo. Quando i tassi di interesse nel Regno Unito restano alti, i mutui costano di più, i consumi si comprimono e le famiglie tagliano sui viaggi. Non in modo drastico e improvviso, ma per gradi, cambiando destinazione, accorciando le soggiorni, riducendo la spesa pro capite.
L'inflazione energetica ha un effetto doppio: colpisce il reddito disponibile dei turisti britannici e, attraverso l'aumento dei carburanti, fa salire i costi operativi delle compagnie aeree che collegano le isole al mercato UK. Un aumento dei prezzi dei biglietti comprime ulteriormente la domanda, soprattutto per i voli last minute che alimentano il turismo spontaneo, quello che riempie i posti liberi nei periodi di mezza stagione.
Il segnale di stabilizzazione arrivato con il dato CPI di marzo è quindi, per l'arcipelago, una buona notizia indiretta. Finché l'inflazione britannica non accelera oltre le attese e la Banca d'Inghilterra non è costretta a rialzare i tassi, lo scenario rimane gestibile. Le Canarie non controllano nulla di questo meccanismo. Ma sarebbe un errore ignorarlo, come se le sorti dell'arcipelago dipendessero soltanto da ciò che si decide a Madrid o a Bruxelles. Londra conta. E quando Londra trema, prima o poi le onde arrivano fino allo Stretto.

