Si fa presto a dire shock geopolitico. Ogni volta che una crisi internazionale irrompe sui mercati, il riflesso immediato è quello di misurarne la durata attesa, stimare il danno economico nell'ipotesi migliore e peggiore, e poi aspettare che passi. Ma c'è un tipo di analisi diverso, meno istintivo e forse più utile, che non si chiede solo quanto durerà la crisi con l'Iran, ma come quella crisi si inserisce in una traiettoria già segnata. È l'approccio che Sonal Desai, responsabile del reddito fisso di Franklin Templeton, porta sul tavolo, e il risultato è una lettura che va ben oltre il prezzo del petrolio.
Il Fondo Monetario Internazionale ha tracciato uno scenario cupo, con tre possibili esiti — tutti negativi — e la convinzione che parte dei danni sarà permanente anche nel caso di una risoluzione rapida. I mercati, per ora, sembrano meno persuasi: gli indici americani restano vicini ai massimi e il credito non mostra segnali di tensione. Questo scarto di percezione è esso stesso un dato interessante, perché suggerisce che qualcuno sta sbagliando la lettura. O il FMI è troppo pessimista, o gli investitori sono troppo ottimisti — o, come spesso accade, entrambe le letture colgono qualcosa di vero ma mancano di una dimensione.
Quella dimensione, secondo Desai, è di lungo periodo. E si articola in due grandi trend strutturali che il conflitto con l'Iran non ha creato, ma che rischia di accelerare in modo significativo.
Il primo è la deglobalizzazione. Non si tratta di un'inversione improvvisa, ma di un processo lento e inesorabile con cui le catene produttive globali si stanno ridisegnando lungo confini geopolitici piuttosto che economici. Il commercio internazionale perde efficienza, i costi salgono, l'inflazione trova un sostegno strutturale che la politica monetaria da sola non può neutralizzare. Ogni nuovo shock energetico — come quello attuale — non fa altro che ricordare ai governi quanto sia rischiosa la dipendenza da forniture esterne e quanto urgente sia costruire una maggiore autonomia. Il reshoring, gli investimenti in sicurezza energetica, l'accumulo di scorte strategiche: sono risposte costose, e quei costi si scaricano sui prezzi.
Il secondo trend è l'opposto in termini di segno, ma non in termini di effetto sui rendimenti. L'innovazione tecnologica — in particolare l'intelligenza artificiale — sta spingendo la produttività americana a livelli che non si vedevano da decenni. Dalla metà del 2023 la crescita annua della produttività si aggira attorno al tre percento, il doppio del ritmo del decennio precedente. E questo senza che i modelli di IA generativa abbiano ancora dispiegato il loro impatto pieno sull'economia reale. Quando accadrà — con i ritardi tipici di ogni grande rivoluzione tecnologica — il tasso reale neutrale salirà, e con esso i rendimenti reali di equilibrio. Non è una minaccia, è la conseguenza di una crescita più forte. Ma per chi ha in portafoglio duration lunga, è comunque un vento contrario.
Il punto che rende questa analisi particolarmente rilevante è che i due trend non si elidono: si sommano. Deglobalizzazione e boom della produttività puntano entrambi verso rendimenti più alti, per ragioni diverse — l'una attraverso l'inflazione, l'altro attraverso il tasso reale. E il conflitto con l'Iran, nel breve, aggiunge carburante a entrambi i fuochi.
Resta aperta la questione di chi raccoglierà i frutti dell'innovazione. La storia degli anni Novanta insegna che la tecnologia non redistribuisce la crescita automaticamente: la raccolgono chi ha la flessibilità organizzativa per adottarla davvero, chi riesce a riorganizzare il lavoro intorno agli strumenti nuovi e a formare le persone in modo adeguato. In quell'epoca l'Europa rimase sostanzialmente indietro, nonostante avesse accesso alle stesse tecnologie delle imprese americane. Il rischio che lo schema si ripeta con l'IA è concreto, e dovrebbe essere al centro del dibattito industriale europeo molto più di quanto non lo sia oggi.

