Come si raffredda un computer quando non c'è aria né acqua? È il problema tecnico, tanto banale quanto radicale, che sta ridefinendo la corsa ai data center spaziali. Il 30 luglio 2026, il California Institute of Technology (Caltech) e la startup Sophia Space hanno annunciato di aver ottenuto un brevetto per un sistema di raffreddamento pensato per rendere possibile, entro l'inizio degli anni 2030, il lancio di data center orbitali alimentati 24 ore su 24 da energia solare. Sophia Space ha inoltre raccolto un round seed da 10 milioni di dollari per dimostrare il proprio approccio alla gestione termica, con un test in orbita previsto per la fine del 2027.
Il problema è tanto semplice da enunciare quanto difficile da risolvere: nel vuoto dello spazio non esiste un mezzo fluido per disperdere il calore, quindi l'unico meccanismo disponibile è la radiazione termica, cioè l'emissione di energia sotto forma di onde infrarosse. È un vincolo che cresce in modo brutale con il carico computazionale: per ogni megawatt di potenza di calcolo servono radiatori dell'ordine di 1.200 metri quadrati, una superficie enorme da gestire in orbita.
Non è una sfida isolata. Google ha annunciato il "Project Suncatcher", in collaborazione con l'azienda di osservazione satellitare Planet, che prevede il lancio di due satelliti equipaggiati con i chip AI proprietari Tensor Processing Unit (TPU) entro l'inizio del 2027. Axiom Space, dal canto suo, ha già lanciato i primi nodi di un data center orbitale nel gennaio 2026. Secondo diverse analisi di settore, il periodo tra il 2021 e il 2024 è stato dedicato soprattutto all'esplorazione concettuale del problema, mentre dal 2025 in poi si è passati a una fase di validazione in orbita dei sistemi di gestione termica, considerati il vero collo di bottiglia per raggiungere la densità computazionale necessaria a sostenere un'intelligenza artificiale basata nello spazio.
Perché tanto interesse per portare i server fuori dall'atmosfera? La logica è duplice: da un lato, l'energia solare in orbita è disponibile in modo pressoché continuo e senza le perdite dovute all'atmosfera terrestre; dall'altro, spostare nello spazio parte della domanda di calcolo dell'intelligenza artificiale potrebbe alleggerire la pressione su reti elettriche e risorse idriche terrestri, un tema sempre più sensibile man mano che i data center a terra moltiplicano i consumi energetici e idrici per il raffreddamento.
Restano, però, ostacoli enormi: i costi di lancio, la manutenzione impossibile da eseguire con la stessa facilità di un data center terrestre, e appunto la fisica stessa del raffreddamento, che impone strutture di radiatori tanto grandi quanto delicate da dispiegare e mantenere in orbita. Per ora, quella dei data center spaziali resta una scommessa a lungo termine più che una realtà operativa: ma con Caltech, Google e Axiom Space che muovono passi concreti nello stesso periodo, il 2026 si sta delineando come l'anno in cui l'idea ha iniziato a lasciare i laboratori concettuali per entrare nella fase dei test in orbita.

