Il paradiso ha le sue tasse: un ingegnere ucraino racconta il lato vero del nomadismo digitale a Tenerife

Scritto il 10/09/2026
da Redazione

Alexander non voleva restare. Nell'inverno del 2022 era arrivato a Tenerife con un piano preciso: qualche mese, poi tornare in Ucraina. Un medico aveva consigliato a lui e alla moglie di allontanare la figlia dal freddo ucraino, che aggravava i suoi problemi respiratori, e le Canarie sembravano il posto giusto. Lui, ingegnere capo per un'azienda olandese, poteva lavorare da lì tanto quanto da Kiev. Poi è scoppiata la guerra, e quel piano di un inverno si è trasformato in una vita.

Lo racconta lui stesso a Herrera en COPE Tenerife, con la franchezza di chi ha imparato a fare i conti con un paese che non è il suo ma che, dice, "per i bambini è un paradiso". La salute della figlia è migliorata, il clima e l'aria aperta hanno fatto la loro parte, e Alexander oggi parla uno spagnolo che gli ha aperto porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Ma tra le righe della sua storia c'è anche l'altra faccia di un fenomeno che le istituzioni canarie hanno incoraggiato per anni.

Durante la pandemia, con il turismo azzerato, le Canarie si erano proposte attivamente come rifugio per lavoratori da remoto europei. All'inizio erano soprattutto surfisti con il portatile, di passaggio per un paio di mesi. Poi il profilo è cambiato: professionisti con stipendi da 4.000 o 5.000 euro, intenzionati a restare almeno un anno. È qui che il vantaggio per l'arcipelago si è complicato. La redditività degli affitti brevi per stranieri ha spinto molti proprietari a preferire i nomadi ai residenti locali, svuotando quartieri storici come Las Canteras a Gran Canaria o il centro di Santa Cruz de Tenerife. Il risultato, riporta COPE, è un aumento drastico degli affitti e un costo della vita tra i più alti di Spagna.

Alexander lo ha vissuto in prima persona quando ha smesso di essere un turista prolungato e ha cercato casa per restare. "Mi è costato molto", ammette senza giri di parole. All'inizio viveva in un Airbnb, comodo ma caro. Poi è arrivata la ricerca di un affitto vero, e con essa la barriera della lingua, prima ancora di capire le regole del mercato. Alcuni intermediari hanno provato ad addebitargli commissioni non dovute, altri hanno chiesto garanzie sproporzionate nonostante un reddito dimostrabile come ingegnere per un'azienda dei Paesi Bassi. "Se non conosci bene le leggi spagnole e canarie, qualcuno cerca di approfittarne", dice.

C'è poi il capitolo fiscale, quello che lo lascia più perplesso. Come lavoratore autonomo, Alexander paga imposte che definisce "molto alte". E si chiede una cosa che si sentono ripetere spesso anche i residenti canari da generazioni: perché esiste l'IGIC, il sistema doganale separato dell'arcipelago, invece delle stesse regole del resto della Spagna. "Sono due o tre cose che mi infastidiscono", dice, ma non abbastanza da fargli rimpiangere la scelta.

Alla fine il suo bilancio resta positivo, con una raccomandazione precisa per chi vuole seguire le sue orme: imparare lo spagnolo, perché la vita cambia radicalmente per chi parla la lingua del posto. E un pensiero che va oltre la propria esperienza personale, verso un paese, l'Ucraina, dove la guerra continua: per lui e la sua famiglia, dice, il sostegno della Spagna resta fondamentale.

La sua storia arriva mentre il dibattito sui nomadi digitali alle Canarie si fa sempre più teso. Non è più solo una questione di quanti arrivano, ma di cosa lasciano e cosa portano via a chi le isole le abita da sempre. Tra un ingegnere che ha trovato salute e lavoro e un residente che non trova più casa nel proprio quartiere, la risposta non è mai una sola.